Se si osservano i dati della generosità italiana dell’11° Italy Giving Report di Vita, il quadro non suggerisce una crisi. Le donazioni individuali nel 2024 hanno raggiunto 7,9 miliardi di euro, con una crescita del +72% negli ultimi undici anni. Tra le scelte dei donatori, il Terzo Settore spicca come protagonista: nell’ultimo anno per ogni euro donato alla scuola, 78 euro sono stati destinati alle organizzazioni non profit, un risultato 290 volte superiore a quanto ricevuto dai partiti.
Dunque in Italia non siamo di fronte a un declino della solidarietà. Anzi, le ragioni di chi dona al Terzo Settore raccontano un’intenzione sempre più rivolta alla trasformazione sociale anziché a una risposta emotiva: la percentuale di persone che afferma di donare perché è “un modo per migliorare la società” cresce, mentre il “senso di colpa”, che per anni ha alimentato molta comunicazione sociale, compare tra le ultime motivazioni dichiarate.
Eppure, scorrendo i dati, si nota una tensione rispetto al quadro generale nelle motivazioni che trattengono gli italiani dal sostenere le organizzazioni non profit. Negli ultimi otto anni infatti è molto diminuita la percentuale di persone che dichiarano di non donare perché sono contrarie o ritengono inutili le donazioni, mentre è cresciuta la sfiducia verso le organizzazioni non profit, fino ad attestarsi come prima motivazione di contrarietà al gesto donativo.1

La situazione è complessa e va approfondita. Come si spiega il fatto che in Italia oggi le persone donano di più e sempre più spesso alle organizzazioni non profit, ritenute capaci di generare cambiamento positivo, ma la fiducia verso questi stessi attori è in calo? Siamo di fronte a un paradosso o a un segnale di qualcosa di più profondo?
Tra etica e competenza
Possiamo rintracciare una possibile risposta oltreoceano, dove la fiducia del pubblico nelle organizzazioni non profit mostra un andamento simile al contesto italiano. Negli Stati Uniti le organizzazioni non profit sono descritte come la “rete di sicurezza della società”: soggetti che svolgono un ruolo essenziale quando altri attori istituzionali non riescono a rispondere ai bisogni collettivi2. La percezione dunque non è distante da quella italiana, in cui il Terzo Settore è considerato necessario e strutturalmente rilevante per la vita delle comunità.
Nonostante ciò, tra il 2022 e il 2025 negli Stati Uniti sono state proprio le organizzazioni non profit a incassare il calo più significativo di fiducia rispetto agli altri attori istituzionali, con una variazione negativa del -4%. Nello stesso periodo le piccole e medie imprese hanno invece visto un incremento della fiducia nei loro confronti del +16%.
L’Edelman Trust Barometer, un’indagine globale che ogni anno misura il livello di fiducia che le persone ripongono nelle istituzioni, aiuta a chiarire la natura di questo scarto. Secondo questo strumento, la fiducia degli intervistati dipende dal grado di eticità e competenza che essi attribuiscono a una certa istituzione. Se sul primo piano le organizzazioni non profit sono percepite meglio di aziende, governo e media, sul secondo la loro performance rimane debole. Non viene quindi messa in discussione l’integrità delle organizzazioni non profit, ma la loro capacità di tradurre le intenzioni in risultati concreti. In questi casi, le competenze riguardano la capacità di generare, valutare e comunicare il cambiamento in modo efficace, e dunque la fiducia riposta in esse rappresenta più di un semplice sentimento3.

In quest’ottica, la fiducia funge da infrastruttura invisibile: non compare nei bilanci, ma influisce significativamente sulla qualità della relazione tra società civile e organizzazioni. Se è su questa infrastruttura che si gioca la credibilità del Terzo Settore come attore capace di cambiamento sociale, allora diventa necessario interrogarsi su come la fiducia si costruisce e può essere rinsaldata.
La fiducia come processo
Per comprendere come questa infrastruttura invisibile possa essere rafforzata, è utile considerare la fiducia non come un blocco unico, ma come un processo. Per fare questo possono aiutarci due termini tratti dal Canone pāli di tradizione buddhista: saddhā e pasāda.
La prima, saddhā, è comunemente tradotta come “fiducia” e ha una particolare sfumatura: non designa un’adesione cieca ma segna invece l’inizio di un processo. È una fiducia che nasce dall’ascolto, dall’incontro con l’insegnamento e dalla sua progressiva verifica nell’esperienza. È in definitiva la disposizione interiore che orienta alla trasformazione, dunque una fiducia che apre, che mette in moto, che invita a proseguire. Il termine pasāda invece evoca la dimensione della chiarezza e della mente rasserenata. Nei testi canonici questo termine indica una fiducia verificata, divenuta stabile e non più oscillante, radicata nell’esperienza diretta e nella comprensione maturata.
Letti uno accanto all’altro, questi due termini suggeriscono un movimento: dalla fiducia iniziale, che orienta e permette di iniziare un cammino (saddhā), a una fiducia piena e chiarificata, che si consolida attraverso la pratica e l’esperienza vissuta (pasāda) 4 5.
Se riportato al tema del rapporto tra società civile e organizzazioni non profit, questo movimento può offrire una chiave di lettura: rinforzare la fiducia non significa pretendere immediatamente una fiducia totale, ma creare le condizioni perché una fiducia consapevole — fondata su esperienza, trasparenza e capacità riconosciuta — possa maturare nel tempo in una fiducia più stabile e condivisa. È nell’innesco di questo meccanismo che la filantropia può assumere un ruolo decisivo, agendo non solo come finanziatore, ma come attore capace di orientare le condizioni entro cui la fiducia può maturare.
Una filantropia della fiducia consapevole
Se la fiducia è un’infrastruttura, la filantropia può essere uno dei suoi architetti. Non solo perché il settore filantropico dispone delle risorse economiche necessarie, ma anche perché esso può modellare le condizioni entro cui le organizzazioni non profit possono crescere, apprendere e dimostrare la propria competenza.

Le domande che ne conseguono non sono banali. Come può la filantropia trasformare la fiducia in una pratica concreta capace di far emergere il potenziale trasformativo delle organizzazioni non profit, senza scivolare in un atteggiamento fideistico di laissez-faire? Come si può mantenere un solido principio di accountability senza ridurlo a un sistema di controllo che premia la conformità più dell’innovazione e dell’assunzione di rischio da parte di chi lavora sui problemi sociali? E, soprattutto, esiste un approccio che produca valore sia per le organizzazioni destinatarie dei fondi che per gli enti donatori, rendendo entrambe queste categorie più efficaci nel perseguire la propria missione?
L’osservazione di esperienze internazionali ci aiuta a sciogliere anche questo nodo. Studi condotti su due realtà filantropiche erogative molto diverse per contesto e dimensioni, ovvero African Collaborative e Yield Giving, mostrano gli effetti della trust-based philanthropy applicata sistematicamente. In questo approccio è previsto che l’ente finanziatore conceda contributi pluriennali e riconosca alle organizzazioni sostenute molta flessibilità nell’uso delle risorse, disponibili anche per investimenti strutturali. Il rapporto non è meramente finanziario, ma si fonda su una relazione più equa tra chi eroga i fondi e chi li riceve, orientata all’apprendimento reciproco. Alla base di questo approccio filantropico c’è un presupposto preciso: si riconoscono le organizzazioni non profit come attori competenti nei propri contesti, accordando loro fiducia come atto fondativo del percorso.
Entriamo nel dettaglio del report Fueling Transformation di African Collaborative e scopriamo cosa accade quando i finanziamenti alle organizzazioni non profit sono pluriennali, flessibili e fondati sul riconoscimento della competenza locale. Nell’arco di tre anni, le organizzazioni africane sostenute hanno registrato una crescita media del loro impatto del +1.125% con casi emblematici come quello di Friendship Bench: portando il proprio modello in USA e UK, è passata da 54.000 a oltre 925.000 persone raggiunte, ha mostrato un rafforzamento strutturale molto significativo (budget operativi in aumento del +170%) e ha visto l’85% delle proprie organizzazioni partner dichiarare una maggiore resilienza organizzativa. Nel report di African Collaborative si legge anche che l’effetto positivo di questo tipo di finanziamenti trust-based si è moltiplicato nel tempo: per ogni dollaro investito da African Collaborative nelle organizzazioni non profit, queste hanno attratto 1,12 dollari aggiuntivi da altri finanziamenti, spesso anch’essi non vincolati. La flessibilità di spesa ha infine consentito investimenti in infrastrutture strategiche, sistemi interni, personale chiave e innovazione tecnologica. La fiducia, in questo caso, non ha prodotto deregolamentazione ma capacità6.
Un quadro coerente emerge anche dallo studio Breaking the Mold: The Transformative Effect of MacKenzie Scott’s Big Gifts, condotto dal Center for Effective Philanthropy. Le donazioni non vincolate in analisi hanno rafforzato in modo sostanziale la stabilità delle organizzazioni beneficiarie: a distanza di due anni, le loro riserve di cassa risultano doppie rispetto a realtà simili e la loro spesa complessiva è cresciuta del +50%, contro il +25% dei gruppi di confronto. Il 70% delle organizzazioni non profit intervistate afferma che il dono non vincolato ha migliorato significativamente la capacità di perseguire la propria missione, mentre oltre un terzo segnala una riduzione del burnout tra i leader delle organizzazioni. L’autonomia finanziaria ha liberato tempo, energia strategica e possibilità di pianificazione. Contrariamente ai timori iniziali del 62% dei leader degli enti donatori intervistati, non si è verificato il cosiddetto “funding cliff”, ovvero il brusco calo dei finanziamenti che avrebbe impedito alle organizzazioni di coprire i costi di struttura una volta esauriti i fondi. Infatti, solo il 7% dei leader non profit prevede di avere “molte difficoltà” nel coprire i costi futuri, e molti di loro hanno evitato questo rischio creando riserve finanziarie o endowment (fondi patrimoniali).
Ma cosa accade agli enti filantropici erogatori che scelgono questa strada? Entrambi i report mostrano che la fiducia consapevole genera benefici non solo per chi riceve i fondi ma anche per chi li eroga. Nel caso di African Collaborative, la riduzione della burocrazia ha permesso loro di muovere risorse più rapidamente e di investire in soluzioni radicate nei contesti locali, spesso a costi inferiori rispetto agli approcci tradizionali. Nel caso analizzato dal Center for Effective Philanthropy, quasi il 60% dei leader di enti erogatori riconosce nel risparmio di tempo nei processi di candidatura e rendicontazione uno dei principali vantaggi operativi. In questo caso il ruolo del finanziatore si è spostato da controllore a facilitatore strategico, con un accesso più diretto alle dinamiche reali di cambiamento. La fiducia non ha creato un rischio reputazionale, ma un vantaggio competitivo: ha migliorato l’efficienza operativa, rafforzato l’impatto generato e allineato in modo più coerente le risorse investite alla missione dichiarata7.
Ricucire lo strappo
Torniamo al nostro punto di partenza, ovvero quell’infrastruttura invisibile e indispensabile che è la fiducia e che oggi, in Italia, appare fragile. La filantropia italiana ha oggi davanti a sé una domanda importante: quanto può incidere nel ricucire quel legame tra società civile e organizzazioni non profit che appare, a tratti, logoro e sfilacciato?
Se l’82,5% degli enti erogatori riconosce negli enti del Terzo Settore il proprio principale interlocutore operativo, e il 30,1% ammette che costruire relazioni di fiducia rappresenta una delle sfide più urgenti, allora la questione è presente e sentita. In altre parole, la consapevolezza del problema esiste. La domanda è se e come questa consapevolezza possa tradursi in un’azione capace di riattivare la fiducia.
Alcuni dati suggeriscono che vi sia ancora spazio per ripensare le modalità operative della filantropia italiana. Solo il 16,5% degli enti erogatori copre stabilmente i costi generali delle organizzazioni finanziate, e la rendicontazione resta fortemente centrata sugli aspetti economico-amministrativi. Questo significa che il sostegno tende a concentrarsi sui singoli progetti più che sulla solidità strutturale delle organizzazioni, rendendo più difficile per queste ultime consolidare e dimostrare nel tempo le proprie competenze.
Allo stesso tempo, il 59,2% degli enti donatori dichiara di collaborare frequentemente con altri enti filantropici, segnalando una significativa capacità di fare rete e creare comunità di pratica. Proprio questa attitudine alla cooperazione potrebbe diventare la leva attraverso cui ripensare insieme le modalità di finanziamento, testando e diffondendo pratiche più orientate a generare fiducia, con benefici condivisi per l’intero ecosistema8.
Nel tempo, la filantropia ha saputo svolgere un ruolo di innovatrice nella società: ha sperimentato, corso rischi, aperto strade che altri attori non potevano o non volevano percorrere. Oggi questa capacità può essere messa al servizio di una nuova sfida, quella di innovare le pratiche filantropiche per mettere le organizzazioni non profit in condizione di rafforzare e rendere visibile la propria competenza. È così che la fiducia può tornare a crescere.
E ogni crescita ha un punto di inizio. Nel caso della fiducia, questo inizio coincide con quella disposizione di apertura fiduciosa di cui abbiamo parlato: una fiducia consapevole, che non è ingenuità ma scelta intenzionale di affidarsi. È da questo primo movimento che può maturare nel tempo una fiducia più solida e condivisa. Ed è forse proprio da qui che si può iniziare a ricucire lo strappo tra società civile e organizzazioni non profit.

Riferimenti
1. De Carli, S. (2025). 11th Italy Giving Report. VITA
2. Lynch, M. G. (2025). The social safety net: How nonprofits support and contribute to our local communities in need. The Open Link
3. Doebler E., Lawson J. e Falk B. (2025). Beyond good intentions: Nonprofits must show good work to build trust. Johnson Center for Philanthropy
4. Buddhist devotion. Wikipedia
5. Buddhism. Encyclopaedia Britannica
6. African Collaborative. (2024). Fueling Transformation: The Impact of Funding African-led Innovations. African Collaborative
7. Smith Arrillaga E., Buteau, E., Im C. e Grundhoefer S. (2025). Breaking the mold: The transformative effect of MacKenzie Scott’s big gifts. Center for Effective Philanthropy
8. Osservatorio Filantropia e CSR. (2025). Dati e report
Scritto da Francesco Banfi
Revisione editoriale di Marta Turchetta
Foto di Pexels e Unsplash


