Molte persone non sentono il conflitto come opportunità positiva, ma ne hanno semplicemente paura. Perché?
Parte dei nostri modelli culturali ed educativi ci insegnano a evitare lo scontro, a fare “i bravi e le brave”, ad accondiscendere e lusingare, a mantenere il controllo. Il conflitto, per definizione, ci fa perdere questo controllo, non perché non possiamo modulare le nostre emozioni (possiamo eccome se impariamo a farlo), ma perché per trovare accordi serve aprirsi alla possibilità che l’altra persona abbia qualcosa di valido da chiedere. In altre parole, alla possibilità di essere contrariati e contraddetti, di sentirsi persi, frustrati, incerti. Nel conflitto, siamo chiamati a mettere in discussione le nostre posizioni iniziali e a trovare strade creative per accogliere anche il bisogno dell’altra persona. Sappiamo che potremmo fallire, che potremmo non trovare accordi subito o non trovarli affatto. Questa incertezza ci fa paura, nonostante sia molto più reale dell’apparenza di controllo di cui pensiamo di avere bisogno.
Come si reagisce di solito a questa paura, e come si potrebbe gestire meglio?
È una paura che andrebbe riconosciuta, abbracciata e accolta. Solo così, cioè smettendo di giudicarla e respingerla, potremmo iniziare a riscrivere in chiave evolutiva la nostra narrazione di ciò che accade durante un conflitto. Come dico spesso, dovremmo imparare a fare questo passaggio di visione del conflitto:
dal melodramma → auto-vittimistico e involuto alla tragedia → consapevole e trasformativa
Con questa metafora intendo dire che la gestione del conflitto passa innanzitutto dal modo in cui lo raccontiamo a noi stessi: se ci isoliamo nel ruolo di vittime sentiremo paura, rabbia e frustrazione, mentre se ci apriamo all’incertezza e ai bisogni degli altri ci sentiremo uniti a loro nello sforzo comune di trovare una soluzione davvero soddisfacente per tutte le parti in causa.
Che ruolo svolge il senso di colpa nei conflitti?
Il senso di colpa è un buon alleato dell’evitamento: ci porta a non manifestare ciò di cui abbiamo bisogno perché temiamo la reazione dell’altra persona, che noi non vogliamo far soffrire. In pratica, se sappiamo che rischiamo di reagire in modo esplosivo durante un litigio, questo ci fa sentire in colpa e allora, invece di provare ad affrontare il tema con più calma, ci chiudiamo a riccio nell’evitamento totale del conflitto. A questo proposito, ricordiamo che evitare un conflitto non significa risolverlo ma renderlo sommerso, dunque più difficile da individuare e gestire. Diversamente, il senso di responsabilità è un ottimo alleato di un approccio efficace e consapevole al conflitto: ci spinge a prendere in mano le redini delle nostre scelte, a capire cosa vogliamo davvero e a decidere come manifestarlo all’esterno in modo non colpevolizzante. Ci assumiamo la responsabilità delle nostre emozioni e restituiamo all’altra persona la responsabilità delle proprie, pur rimanendo sempre nella compassione, nell’accoglienza e nel non giudizio.
Cosa succede al corpo quando entriamo in conflitto?
In anni di lavoro come conflict coach e mediatrice ho visto molte reazioni, diverse anche dal punto di vista somatico. Quelle più diffuse includono tensioni nella parte addominale del corpo, la sensazione del cosiddetto “groppo in gola”, ansia o agitazione perdurante data da pensieri circolari che riguardano la conflittualità in corso. È comune per chi vive un conflitto gestito in modo poco efficace pensare continuamente a tutte le possibili soluzioni per mettervi fine il prima possibile, nonostante molte di queste soluzioni siano tentativi poco realistici o approcci unilaterali, dunque non delle vere soluzioni.
Esistono pratiche per interrompere un’escalation interna quando sentiamo la tensione salire?
Durante un litigio emotivamente intenso, amo invitare le persone a fare pratica di presenza. Si tratta di una pratica molto semplice, riproducibile ovunque, e sorprendentemente efficace. Ve la racconto brevemente. Bisogna chiedere all’altra persona un intervallo dal conflitto: “ho bisogno che ci fermiamo, so che vorresti continuare ma ora mi servono alcuni minuti di pausa”. Ci si sposta in un’altra stanza o in un angolo sicuro della stessa stanza e poi si tocca un oggetto più freddo del proprio corpo (la maniglia di una porta, il muro, un vaso di vetro). Mantenendo il contatto con l’oggetto, si chiudono gli occhi e, respirando, ci si concentra sulla sensazione tattile di quel momento. Attraverso le mani, si fa uscire il fuoco della rabbia, della frustrazione e delle altre emozioni faticose. Si possono riaprire gli occhi quando la sensazione di freddo diventa più intensa del calore dato dall’agitazione.
È possibile entrare in conflitto con noi stessi (il cosiddetto “conflitto interiore”)?
È certamente possibile. Infatti, dentro di noi è sempre attivo un dialogo ricco e a volte conflittuale, che possiamo imparare a riconoscere e riscrivere in chiave più armonica (è una parte del lavoro che faccio sulla narrazione interiore). I “puristi” del conflict management preferiscono vedere il conflitto come un fenomeno che nasce solo in presenza di una relazione fra due o più persone, ma le dinamiche che si verificano quando sentiamo un conflitto con noi stessi non sono molto diverse dalle forze che regolano i conflitti interpersonali.
Cosa fare quando non siamo parte attiva nel conflitto, ma vi assistiamo?
A volte capita di non essere direttamente coinvolti nel conflitto ma di ritrovarsi a mediare o facilitare il dialogo tra le parti. Possiamo allora assistere in posizione non giudicante e in stile coaching, aiutando le parti in conflitto a sviluppare il giusto atteggiamento per affrontare la situazione in modo consapevole. In casi simili, è utile avere alcune competenze specifiche, ma le basi da cui partire sono sempre le stesse: atteggiamento non giudicante, accoglienza emotiva, ascolto attivo. Entra in gioco anche la capacità di fare domande maieutiche e aperte, cioè domande che non suggeriscono un’interpretazione ma invitano a davvero riflettere, andando oltre alla semplice risposta “sì” o “no”.
Cosa fare quando in un conflitto non si riesce a convergere verso un accordo?
Come consiglio spesso a chi lavora con me, bisogna ricordare che il singolo litigio o la singola negoziazione non rappresentano il perimetro del conflitto. Questo è infatti più largo, e accoglie vari “round”. Mi spiego con un esempio: può succedere di avere una prima conversazione esplosiva, cui segue un momento di riflessione individuale, che porta a una parentesi chiarificatrice quando le emozioni diminuiscono di intensità, seguita da uno o più scambi di proposte e controproposte. Episodi come questi costituiscono i diversi round del conflitto, attraversando i quali è possibile giungere a un accordo finale. È anche importante sottolineare che la mancanza di accordo non è sintomatica di un fallimento nella relazione. A volte il conflitto non porta a una soluzione condivisa, ma alla scelta di soluzioni diverse per ciascuna delle parti coinvolte. Può succedere infatti che un certo tema appartenga alla propria sfera di scelta individuale, e non si sia dunque disposti a renderlo oggetto di negoziazione. A questo proposito, una cosa che mi capita di dire alle persone con cui lavoro durante le mediazioni è: “Il disaccordo è un’opzione. Ma è anche una nuova opportunità!”. In casi di disaccordo è utile ragionare sul modo in cui si comunica una scelta, accogliendo le reazioni che genera e lavorando sulla propria capacità di sostenere queste reazioni. L’approccio della Comunicazione Nonviolenta dello psicologo Marshall B. Rosenberg è molto utile in questo senso perché approfondisce proprio l’importanza della comunicazione empatica in situazioni di conflitto.
Nei conflitti c’è chi vince e c’è chi perde?
Se durante un conflitto abbiamo la sensazione che le “regole del gioco” prevedano ruoli di vinti e vincitori, probabilmente ci troviamo in presenza di un conflitto agonistico-antagonistico. Si tratta del tipo di conflitto in cui almeno una delle parti impone il proprio volere sulle altre, attraverso forme di controllo, ricatto o manipolazione, che esercita consciamente o inconsciamente. Al contrario, in un modello di approccio efficace al conflitto basato sulla fiducia, si crea la possibilità per tutte le parti coinvolte di far emergere interessi ed emozioni. In questo modo, e solo in questo modo, ci sono le precondizioni necessarie a negoziare soluzioni realmente soddisfacenti e durature.
In conclusione, il conflitto, che è un modo naturale e quindi inevitabile di entrare in relazione con le altre persone, può essere gestito in molti modi. Gestioni diverse del conflitto fanno la differenza tra un esito costruttivo e uno distruttivo della situazione conflittuale. Per trasformare i conflitti da cause di sofferenza e isolamento in occasioni di crescita e relazione, ognuno di noi può coltivare pratiche e atteggiamenti virtuosi in questo senso.
Un elemento fondamentale è la consapevolezza di noi stessi, delle nostre emozioni — sì, anche e soprattutto di quelle negative —, delle nostre reazioni fisiche, del nostro ruolo nel conflitto e delle parole che usiamo per comunicare. Solo coltivando la consapevolezza su di noi possiamo iniziare a gestire in modo efficace e positivo il conflitto con l’esterno. Un secondo fattore dirimente è la nostra apertura all’incertezza: se impariamo ad accogliere situazioni impreviste e posizioni distanti da noi come eventi del tutto possibili, possiamo finalmente smettere di cercare di controllare l’incontrollabile e iniziare a lavorare verso una soluzione creativa. Vivere con maggiore consapevolezza e accogliere l’incerto sono pratiche incoraggiate anche dal buddhismo, come ci ricorda il monaco buddhista di origine inglese Ajahn Brahmavamso Mahathera:«Lasciare andare “il controllore”, stare di più con questo momento e mantenerci aperti all’incertezza del futuro ci libera dalla prigione della paura. Ci consente di rispondere alle sfide della vita con la nostra saggezza innata e di uscire indenni da tante situazioni complicate.»

Written by Marta Turchetta and Martina Righetti Edited by Marta Turchetta Photos by Pexels


