TRUST-BASED PHILANTHROPY

Un nuovo approccio al dono

Oggi è difficile parlare di impatto senza parlare di sistemi. Le sfide che attraversano il nostro tempo — disuguaglianze persistenti, crisi climatica, frammentazione sociale, pressione sulle istituzioni democratiche — non sono problemi lineari. Sono problemi complessi e multifattoriali, che richiedono relazioni forti, capacità adattiva, apprendimento continuo e infrastrutture filantropiche innovative.

Eppure, proprio mentre si chiede alle organizzazioni sociali di affrontare la complessità, il settore filantropico continua spesso a finanziarle con strumenti pensati per un mondo più semplice: bandi rigidi, risorse vincolate, orizzonti troppo brevi, reporting oneroso, relazioni sbilanciate. Il risultato è un paradosso: chiedere trasformazione profonda, ma prevedere sistemi di finanziamento in modi che distolgono energia e risorse dal raggiungimento della missione consumano energia, riducono l’autonomia operativa e spesso indeboliscono proprio chi il cambiamento dovrebbe produrlo.

La trust-based philanthropy nasce da qui:

Dalla consapevolezza che la qualità dell’impatto dipende anche — e spesso prima di tutto — dalla qualità della relazione tra chi eroga risorse e chi lavora sul campo. E che una filantropia davvero orientata al cambiamento non può limitarsi a distribuire fondi: deve interrogare il modo in cui esercita potere, costruisce fiducia, apprende e rende conto.

Il Trust-Based Philanthropy Project, [inciso per presentare l’organizzazione] definisce infatti la trust-based philanthropy non solo come un approccio al grantmaking, ma come una cultural reorientation che mira a spostare la filantropia da una logica donor-centric a una logica più community-centric, con una responsabilità condivisa verso le comunità servite.

Che cos’è la trust-based philanthropy?

 un approccio che parte da un dato strutturale: tra chi finanzia e chi riceve esiste quasi sempre un’asimmetria di potere[almeno una fonte necessaria]. Il punto non è negarla, ma riconoscerla e lavorare intenzionalmente per ridurla.

Per questo la TBP non si esaurisce in un set di pratiche tecniche. Il Trust-Based Philanthropy Project insiste sul fatto che le pratiche contano, ma hanno senso solo se radicate neiin valori e in un cambiamento più ampio che tocca cultura, strutture, leadership e pratiche. L’obiettivo Il “north star” dell’approccio non è semplicemente alleggerire il lavoro delle nonprofit, ma costruire una filantropia capace di collaborare con un senso di accountability condivisa verso le comunità.

La fiducia non è un sentimento vago. È una scelta organizzativa. Significa disegnare processi che non trattano le organizzazioni come esecutori da controllare, ma come soggetti competenti, situati e indispensabili per capire la realtà.

Nel dibattito internazionale, il punto di riferimento più autorevole è il Trust-Based Philanthropy Project, una rete peer-to-peer nata per aiutare i finanziatori ad affrontare le dinamiche di potere che abitano — spesso in modo invisibile — la filantropia tradizionale.

La fiducia non è un sentimento generico, è un insieme di pratiche trasparenti, coerenti e giuste che alimentano fiducia in entrambe le direzioni.

Il Trust-Based Philanthropy Project sintetizza l’approccio in sei pratiche di grantmaking che, se adottate insieme, cambiano la qualità della relazione e l’efficacia del sostegno.

Scopri i
valori chiave

L’approccio trust-based è value-based: prima dei metodi, vengono i valori. Tra quelli più ricorrenti:

  • equità sistemica, per non perpetuare o creare disuguaglianze;
  • redistribuzione del potere con organizzazioni e comunità;
  • centralità delle relazioni, come infrastruttura del cambiamento;
  • spirito di partenrariato, dove il donatore è un alleato, non un “controllore”;
  • responsabilità verso i destinatari finali della donazione;

Apprendimento continuo, come disciplina e non come slogan.

Per Wisedāna, la trust-based philanthropy non è una formula di settore: è un modo più serio di abitare la relazione filantropica.

Significa, prima di tutto, dare risorse flessibili, perché la realtà cambia e chi agisce sul campo ha spesso bisogno di adattare le priorità in tempo reale.

Significa lavorare con orizzonti più lunghi, perché il cambiamento sociale non coincide quasi mai con il ciclo di un progetto.

Significa semplificare senza banalizzare: chiedere ciò che serve davvero, usare bene il tempo di tutti, evitare che il reporting diventi una tassa invisibile sul lavoro sociale.

Significa coltivare relazioni e non solo transazioni. Una buona filantropia non si misura soltanto da quanto eroga, ma da come ascolta, come accompagna, quanto è leggibile, quanto è capace di esplicitare aspettative e limiti.

Significa infine ascoltare il feedback e chiudere il cerchio, trattando il punto di vista delle organizzazioni e delle comunità non come accessorio, ma come parte della qualità della decisione.

È un cambiamento culturale, prima ancora che operativo: un modo diverso di abitare la filantropia. Si passa dall’idea di “finanziare” a quella di sostenere, perché le risorse non sono soltanto denaro, ma anche ascolto, competenze, tempo, connessioni.

Si smette di inseguire una sequenza di progetti isolati e si impara a riconoscere la realtà per ciò che è: un insieme di processi che chiedono continuità, pazienza e capacità di apprendere lungo il cammino. In questo quadro, chi riceve il sostegno non è più un “beneficiario” da valutare a distanza, ma un partner con cui condividere obiettivi, interrogativi e scelte.

Anche l’accountability cambia tono: non è più una verifica di conformità, ma una responsabilità reciproca, chiara e concreta, in cui entrambe le parti rendono conto con trasparenza. E, soprattutto, si riduce la tentazione del potere: la relazione si fonda su umiltà ed equità, perché la fiducia non è un gesto gentile, ma una pratica che riequilibra e rende più giusto — e quindi più efficace — il modo di fare filantropia.

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